I ricordi vogliono riaffiorare in un tempo stabilito da essi stessi, a noi è lasciato solo il compito di raccoglierli e dare loro nuova dimora.

lunedì 31 ottobre 2011


Centri commerciali



Una giovane coppia è seduta al tavolino vicino al mio nell’area di sosta dell’ipermercato Coop di Bologna, presso i distributori automatici di bevande.

Io non sono qui per fare la spesa. Mi trovo qui unicamente per aspettare mio figlio che è in un altro punto vendita per lavoro, all’interno del quale non c’era un’area dove potere sostare. Qui c’è  un discreto spazio predisposto.

Apro La gaia scienza sulle prime pagine. Cerco di leggere Nietzsche. Alle parole del filosofo si sovrappone un breve dialogo di due vicini.

Lei - Danno il lavoro anche a chi non è preparato. Non si capisce con quale criterio effettuino la scelta. Io sono fuori, comunque.

Lui - Il maestro unico non può essere la soluzione per la scuola primaria. Oggi sono necessarie molteplici competenze.

Lei - Il maestro unico, un vero maestro, lo può, secondo me. Io me ne sentirei capace.

Lui - D’accordo! Tu ti sei sempre interessata di tutto. Sei preparata di tuo, ma non tutti lo sono.

Cerca di consolarla e di incoraggiarla. La esorta a non deprimersi. Poi si alzano per andarsene. Io sollevo lo sguardo dalla pagina, riluttante ad essere sfogliata, ed incrocio il loro. Mi abbozzano un sorriso. Sanno che non posso non aver sentito la loro conversazione. Io ricambio. Li vedo bene ora, direttamente per in istante: vedo una coppia magnifica che la società mortifica anziché valorizzarne le potenzialità.

Ci scambiamo un saluto di cortesia.

La mia attesa si protrae.

Sono all’aforisma 6. Perdita di dignità.  Nietzsche dice: “La meditazione ha perso tutta la dignità della sua forma, si sono ridicolizzati il cerimoniale e gli atteggiamenti solenni dei pensatori e non si tollererebbe  più un uomo saggio d’antico stile. Pensiamo troppo rapidamente e strada facendo, mentre camminiamo, mentre attendiamo a negozi d’ogni genere, anche quando meditiamo su quanto c’è di più serio; abbisogniamo di poca preparazione, perfino di poco silenzio – è come se portassimo in giro nella testa una macchina dall’inarrestabile rullio, che neppure nelle condizioni più sfavorevoli cessa di lavorare. Un tempo lo si vedeva subito che uno voleva pensare – era l’eccezione! -, che voleva diventare più saggio e si preparava a pensare: si atteggiava il viso come per una preghiera e si tratteneva il passo: si stava per ore sulla strada, in silenzio, quando il pensiero « veniva » - su una o anche su due gambe. Così voleva « la dignità della cosa »!”

Stavo riflettendo sulla metafora di quando il pensiero veniva su una o anche su due gambe quando un uomo ed una donna anziani si avvicinano ai distributori automatici. Sembrano insieme per caso, incrociati alla Coop. Sono discinti. La donna, un involucro imbottito di indumenti sovrabbondanti e scarpe da ginnastica sformate dall’uso prolungato. Forse si conoscono già. Hanno una complicità sodale. La solidarietà della vecchiaia!

Lei - Ah!...io non riesco a far funzionare queste benedette macchine!

Appoggia la borsa sul tavolino dove anch’io ho addossato la mia borsa, la cioccolata calda e La gaia scienza dalla copertina gialla che spicca.

Cerca le monete da inserire. Vuole una lattina di coca cola.

Lui – Dia a me! Faccio io! S’ impettisce da uomo galante. Fa il cavaliere. Lui aziona le macchine come, del resto, ha sempre fatto nella sua vita di operaio. Ha una bella statura, dritta, energica. E’ vestito di grigio scuro. Giacca a vento ordinaria, pantaloni di tessuto di lana, usurati , non tengono più la piega: è quasi elegante nel suo contegno sobrio. Conosce la procedura per snidare quella merce: primo, inserire le monete; secondo, digitare il codice relativo al prodotto; terzo, premere il pulsante; quarto, prelevare la bevanda.

Digitare…maledizione! Digitare… Per la coca cola A67. Il cervello gli confonde il codice sotto gli occhi e le sue dita premono: 67 A; 7A6; 76A…maledizione e stramaledizione! Il congegno non funziona…come osa… fare questo a lui che ha trattato, per una vita, congegni d’ogni sorta! Si innervosisce, le mostra un pugno nerboruto, possente.

Non posso più stare solo ad osservare e con un tono di voce intenzionato ad essere il più calmo e dolce possibile, lo blocco: “ No, senta, ci riprovi – gli dico -, A 67: A…ssei…ssette…” Sembra che la mia voce quieti la sua agitazione. Intanto, l’anziana donna, interviene avvalorando la tesi del coevo e mi assicura che anche il giorno prima è successa la stessa identica cosa e che ha perso pure tutte le monete. Un  esplicativo tloch!, interrompe la spirale di congetture negative e la lattina di coca cola può essere rimossa dal cassetto di prelievo. I teneri anziani si felicitano ora risollevati del buon esito.

La donna infila la bibita in borsa, subito saluta e se ne va asserendo che, bene!, oggi è andata bene.

L’uomo si accinge ora a selezionare un caffè per sé.

Caffè: 35 centesimi. Mette due monete da 20 e preme il pulsante selezionatore. Subito esce il bicchierino con il caffè, ma non il resto di 5 centesimi.

L’anziano si siede al tavolo presso cui poco prima stava la giovane coppia, Le dimensioni dell’uomo occupano tutto lo spazio fra il tavolo e la macchina distributrice. Sembra un giocatore di carte di Cézanne, un po’ scomposto, messo di sghimbescio. Rivolto a me, che ormai ho lasciato in sospeso la lettura con il libro aperto all’ingiù sulla pagina del sesto paragrafo, disserta sui cinque centesimi di resto che il marchingegno tiene in sospeso fino alla prossima consumazione: lo spiega il tecnico della manutenzione in un breve comunicato incollato sotto il pulsante per il recupero monete. L’uomo mi dice che non sono nulla 5 centesimi! Anche ieri ha fatto così; se li mangia lei o quelli che vengono dopo di me. Questa macchina è strana! Potrei andare alle casse e chiederne la restituzione. Me li darebbero! Ma come si fa a chiedere 5 centesimi…non vado di certo! Non sono nulla cinque centesimi, asserisce impettito. Io annuisco. Lui abbassa gli occhi.

Io – Si!, ha ragione. Si tratterà di un guasto, di un malfunzionamento. Però dovrebbero ripararla non per i 5 centesimi, ma perché non è corretto.

Lui – Già…proprio così…non è giusto! E poi 5centesimi oggi e 5 centesimi domani …alla fine non è giusto! Ma come si fa a chiedere 5 centesimi alle signorine delle casse? Anche se ti li danno, senza fare una piega! Solo…andare a chiedere…figurarsi…5 centesimi!

Io sorseggio la mia cioccolata, lui il suo caffè. Riprendo in mano per un attimo il libro e lo richiudo introducendo alla pagina una matita per le sottolineature: sembra ora un oggetto fuori posto, in quel luogo benché non mi prenda la determinazione di riporlo in borsa. Non so per quanto dovrò ancora aspettare mio figlio e questo tempo mi può essere utile nel recuperare le letture che il gruppo di filosofia ha già letto e meditato negli incontri in cui io ero assente. Non so ben comprendere Nietzsche, ma questo punto 6 mi sembra accessibile.

Tento di riprendere la lettura ma, subito, arrivano due giovani donne, pure loro si mettono alle prese con monete, codici e pulsanti.

L’uomo – Ecco! Ha visto che i 5 centesimi sono usciti assieme al resto delle ragazze?

Io – Davvero! Vedo il display segnare l’azzeramento del credito e d’impulso, rivolgendomi ad una delle due, la informo che 5 centesimi del suo resto sono del signore, seduto.

Le due adolescenti sono palesemente di etnia rom. Una biondina che mi osserva apertamente ed una moretta che mi dà una sbirciata obliqua e una scrollata di spalle, come per dire che tutto il resto è caduto nelle sue mani , ciò prova che è tutto suo. L’anziano le spiega che sì, i 5 centesimi, sono nelle sue mani, ma solo per difetto di funzionamento del meccanismo. La moretta scrolla di nuovo le spalle, spavalda. Io mi indigno e replico che lei si sta tenendo 5 centesimi in più del dovuto: di fare i conti! Scrolla di nuovo le spalle e, nel movimento, rovescia parte della cioccolata calda sul pavimento. - Ben ti sta! – Le mando a dire, pentendomene nello stesso medesimo istante!

Riapro La gaia scienza e mi ci aggrappo come ad un’ancora di salvezza.

Riprendo la lettura. Le ragazze si allontanano verso le vetrate e confabulano fittamente fra di loro. Poi la spavalda mora se ne va e la biondina, la perdo di vista.

Leggo: “Si stava per ore sulla strada in silenzio quando il pensiero –veniva- su una o anche su due gambe. Così voleva la dignità della cosa”…

Penso che significhi che l’inclinazione al pensiero meditato da parte di alcuni uomini era considerato un valore e per questo rispettato. L’incontro con persone riconoscibili in tale atteggiamento dava modo di comprendere l’importanza del cerimoniale. Il cerimoniale si esprimeva attraverso un tempo, uno spazio e una forma a esso riservati. Il cerimoniale era il luogo di accoglienza per lo sviluppo del pensiero.

Oggi il pensiero non può occupare tutta la mente e fermarsi “su una o anche su due gambe”, cioè soggiogare le membra (più in generale il corpo) per ore al percorso meditativo, come richiederebbe la dignità del pensiero, della cosa.

La biondina rispunta, si avvicina. Vuole spiegarmi che nulla si può contro la macchina. Anche a lei e alla sua amica e capitato ieri e l’altro ieri, di non aver ricevuto il resto. Vuole soprattutto affermare che loro non rubano.

Mi faccio l’idea che si siano intimorite del mio anatema: è nota la loro natura superstiziosa. Sono molto intuitivi e la biondina non fa eccezione: ha capito che io me ne frego della superstizione; ha capito anche che non ho pregiudizio nei suoi confronti.

Riprendo il discorso su ciò che sarebbe giusto in questo caso, e cioè riconoscere all’uomo il resto che gli era dovuto per riparare del difetto meccanico.

Non importa –dico- se in passato avete subito lo stesso danno, ora tu e il signore vi trovate di fronte e puoi riconoscere il gesto giusto da fare: non per il valore pecuniario ma per il valore morale: sarebbe un gesto di rispetto e di solidarietà…

La biondina mi guarda con due occhi molto incuriositi: non so se mi abbia compresa veramente. Non fa nessun gesto solidale. L’uomo se ne va speditamente accennando, verso di me, un saluto con il capo. La ragazza prende il suo posto al tavolo di fianco al mio.

E’ curiosa inoltre di sapere cosa leggo in quel libro giallo.

Servitasi di un tè, con il bicchiere di plastica riempito sino all’orlo, lo teneva in mano  in attesa che intiepidisse un po’. Mi guardava impaziente di molte domande.

-          Cosa leggi in questo libro giallo?

-          Non è un libro giallo, di giallo ha solo la copertina.

Silenzio…

-          Che libro è?

-          E’ un libro di filosofia.

-          Cosa c’è scritto?

-          Cose complicate da capire.

Silenzio…

-          Perché lo leggi?

-          Se riesco a capirci qualcosa potrò ragionare meglio su cosa c’è da capire del mondo.

Silenzio…

-          Continuo: ci sono persone che lo studiano un libro così con un insegnante che lo ha studiato prima di loro e insieme ricercano il significato racchiuso nei pensieri descritti dall’autore-filosofo.

Silenzio… Lo sguardo è divenuto critico, sembra aver preso della distanza.

-          Continuo per dissipare la sua perplessità crescente. Intuisco il suo timore di trovarsi alla presenza di una mentecatta, perciò cambio registro.

-          A te piace leggere?

-          Si, quando sono a scuola.

-          Vai a scuola?

-          Ho ancora un anno da fare.

-          Oggi non ci sei andata?

-          No!

-          Perché?

-          Sono venuta qui.

-          Frequenti qui a Bologna?

-          Si… a volte si, ma anche a Messina.

Ora il suo tè dovrebbe essersi raffreddato. Ne prende un sorso. Passa il liquido da un latro all’altro della bocca. Dopo averlo trattenuto fra il palato e la lingua, come in attesa di prendere la giusta mira, lo sputa  di un fiotto rapidissimo nel bicchiere.

-          E’ ancora troppo caldo il tuo tè?

-          No!

Continua a scrutarmi. Sorseggia di nuovo la sua bevanda e risputa con lo stesso impeto nel rimanente tè. Dev’essere nervosa!

-          Cosa fai qui? Mi chiede.

-          Aspetto mio figlio che è qui per lavoro.

-          E dopo, dove andrete?

-          Torneremo a casa.

-          Dove abiti?

-          A Venezia.

Silenzio…

-          Tu dove abiti?

-          Nel campo qui dietro, a volte a Messina e a volte in Francia… In Francia ci vive il mio fidanzato. Il prossimo anno mi sposo.

Ora sono io a sgranare gli occhi!

-          Quanti anni hai?

-          Tredici.

-          Non devi finire la scuola?

-           Sì!, ma anche mi sposo.

-          Andrai in Francia quando ti sposi?

-          Andrò anche a Messina. Mi piace Messina, c’è caldo e c’è il mare.

-          La Sicilia è molto bella.

-          Non sono mai stata in Sicilia.

Silenzio… il mio.

-          Non ti hanno mai insegnato a scuola che Messina è un luogo che si trova in Sicilia? Come altre cittàdenominate Palermo, Trapani, Agrigento, Ragusa, Catania…

-          Catania, sì! Ci sono stata.

La ragazza sorseggia e trangugia. E’ di nuovo a suo agio.

-          Così  ti sposerai… Quanti anni ha il tuo fidanzato?

-          Sedici.

Silenzio…ancora il mio.

-          Io voglio aspettare, ma lui non vuole.

Con occhi furbi e divertiti, mi fa sapere che lui vorrebbe già fare un bambino.

Silenzio…sempre il mio.

-          Io voglio aspettare di finire la scuola.

-          Cosa dicono i tuoi genitori?

-          Va bene.

-          Tu non credi di essere ancora troppo giovane?

-          Non so. Il mio fidanzato vuole così… Dimmi cosa dovrei fare? Mi chiede dubbiosa.

-          Aspettare! Siete due ragazzini.

-          Io vorrei aspettare e lui no, ma ho paura di dirlo.

-          Fatti aiutare dai tuoi genitori.

Silenzio…di entrambe.

-          Mi dai un po’ di soldi che telefono in Francia?

Tiro fuori delle monete da 50 centesimi, ne ho un numero più che sufficiente. I suoi occhi ora brillano di gioia e… sparisce correndo.


Nessun commento:

Posta un commento

siete i benvenuti!